GrunGiuppy

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mercoledì 24 agosto 2011

le regine della notte di Ackermann




 Haider Ackermann sta progressivamente attirando l'attenzione di tutto il mondo della moda. Forse per il suo stile sempre nuovo eppure sempre riconoscibile; forse per il suo saper valorizzare la femminilità con i disegni degli abiti, capaci di inventare nuove linee sui corpi che vestono; forse per la scelta dei tessuti, che vanno dalla seta alla pelle. Forse perché tutte queste caratteristiche coesistono in ognuna delle sue collezioni.

Di fatto Karl Lagerfeld lo ha designato come suo possibile successore alla guida del marchio Chanel, e la maison Dior lo ha considerato come potenziale sostituto di Galliano.

                                      
Personalmente credo che un genio come Ackermann debba mantenere la sua indipendenza, considerato che sia Chanel che Dior sono maison con un carattere estremamente forte e decisamente diverso da quello di Ackermann. Vorrei piuttosto che il marchio dello stilista belga/colombiano continuasse a crescere e imporsi.


È anche merito dei suoi vestiti (e di quelli di Jil Sander) se la divina Tilda Swinton è stata considerata, da Vanity Fair, una delle dieci donne meglio vestite al mondo. Certo, sorge spontanea le considerazione riguardo ai corpi che possono indossare questi capolavori, pensati solo per donne alte e snelle, che possano essere valorizzate da intrecci di tessuto lucente sul collo e sui fianchi,  come la Swinton, appunto!

sabato 20 agosto 2011

La moda e il simbolo spoglio.

 I punk usavano le svastiche. I punk non erano nazisti. Ci volle uno studio dei cultural studies per dimostrare che l'uso di alcuni simboli da parte delle subculture -come quella punk appunto- era male interpretato dalla cultura dominante. Di fatto, non solo i punk non erano di destra, ma alcuni di loro non sapevano neppure cosa avesse significato il nazismo o, addirittura, ignoravano chi fosse Hitler e cosa fosse la Shoah.



Però usavano la svastica! La ragione per cui questo accadeva era che quel simbolo suscitava repulsione sociale e poco importava da cosa questa repulsione derivasse. L'effetto che il segno produceva era più importante del suo senso originario; la subcultura e la cultura dominante vedevano nello stesso segno due sensi diversi e in qualche modo conseguenti.
Si può forse dire lo stesso circa l'uso della femminilità da parte dei gruppi glam rock; in quest'ultimo caso, infatti, i tacchi, il trucco e le paillettes vengono indossati da uomini che non rinunciano in alcun modo alla loro virilità.

Poi arriva l'ondata postmoderna, le subculture vengono inglobate nella cultura di massa, e la moda insegna. Il lavoro è parallelo a quello sopraccitato: i simboli vengono adottati e spogliati del loro segno originario, mostrando la spaccatura incolmabile tra quello che in linguistica viene chiamato significante e il significato. La croce non è più simbolo di martirio o di cristo, la morte non è più qualcosa da temere.

Delfina Delettrez riempie i suoi gioielli di paillettes e Lady Gaga concepisce stupendi video musicali in cui l'omicidio e la convalescenza (Paparazzi), la prigione (Telephon), l'alieno (Bad Romance), la morte (Alejandro), l'omocausto e la “bibbia”(Born this Way), diventano glamour allo stato puro. E il glamour esorcizza il senso antico che quei simboli o concetti avevano; solo così il seno che allatta può efficacemente divenire un mitra che uccide (in Alejandro), senza per questo voler suggerire concetti o idee, ma al solo, sacrosanto, scopo del fun e dell'ornamento che spiazza e diverte.
Questi sono esempi, ma la pop art (se non il dada), prima della moda e di Lady Gaga aveva fato lo stesso. Certo, moda e musica portano questa strategia fuori dall'ambito museale e “alto” popolarizzando il fenomeno ma la strategia è simile.


Ciò che ne consegue è che, cadendo il senso dei simboli cade la sovversione di quel senso, in altre parole, se le svastiche usate dai punk smettono di simboleggiare il nazismo appare chiaro che l'uso smodato della croce-anche al contrario- smette di assumere un senso blasfemo o di simboleggiare satana. Il senso binario delle cose nella cultura di oggi è perduto, diluito dal proliferare di sensi, significati, simboli e realtà. Se non altro nell'ambito della moda e dell'intrattenimento. Un dildo o una croce possono essere strumenti ornamentali in eguale misura, senza che l'intercambiabilità di questi simboli porti il senso della blasfemia. Quindi, se dio piange, satana non ride!








venerdì 5 agosto 2011

Extremely Naked





Extreme Make over, trasmissione televisiva americana, andata in onda qualche tempo fa, è a dir poco esilarante.

Il format prevede che gli autori della trasmissione trovino casalinghe povere della sperduta provincia americana. La caratteristica fondamentale è che devono essere decisamente “brutte”, almeno secondo i canoni proposti dalla stessa trasmissione. Dopo aver fatto entrare lo spettatore a contatto con la potente sfiga della (s)fortunata, le viene comunicato che volerà in una clinica di chirurgia estetica, generalmente a Los Angeles, per ottenere una serie di interventi che la trasformeranno in una “bella” donna. Ci viene quindi mostrato l'incontro con il chirurgo; la scelta degli interventi da operare; le operazioni vere e proprie; la degenza; e, nel gran finale, il nuovo look. Inutile dire che tutte le desperate houswifes, sicuramente migliorate nell'estetica, sembrano però figlie della stessa madre. La chirurgia viene usata da questi chirurghi come una forma di normalizzazione sociale, in cui per “normalizzazione” si intende riproduzione seriale di uno stesso modello: strafiga giovane bionda, bianca, pompata e truccatissima

la mia compulsione a questa serie TV mi rende incerto se sperare la galera a vita per gli autori o dichiararli dei geni agli occhi del mondo.

How to look good naked, invece è una trasmissione inglese, condotta dal bravissimo Gok Wan, ed è di segno apparentemente opposto rispetto alla prima.
Anche questa trasmissione attinge alle casalinghe britanniche tendenzialmente povere. La loro caratteristica, tuttavia, è che devono essere grasse e devono non accettare la propria condizione fisica. Il lavoro di Gok Wan non consiste nel cambiare i corpi di queste donne, ma nel trovare la chiave per mostrare loro che ci si può piacere anche da grasse. Il lavoro di Wan è psicologico e al contempo stilistico (viene rifatto il guardaroba delle sciure in questione). Alla fine della trasmissione le ragazze, generalmente attempate, sfilano davanti a un pubblico vestite sia vestite che nude, ormai riappacificate con i propri corpi.
La seconda trasmissione è da tutti riconosciuta come opposta rispetto alla prima, animata da uno spirito altro. Wan, secondo l'opinione comune, lavora per far accettare se stesse e non per cambiarsi a suon di bisturi, parte dal presupposto che la bellezza sia anche una questione di percezione de sé.
Ma la differenza è così sostanziale? Del resto anche Gok Wan fa indossare mutandoni contenitivi che riducono le taglie delle sue concorrenti, non è questo un modo per farle avvicinare a un ideale di corpo magro? E non attingono entrambe le trasmissioni alla stessa idea che fa dell'estetica di massa l'unica possibile? Sebbene le spettatrici rimangano grasse, si adattano a un certo immaginario estetico della donna sovrappeso. In entrambe le trasmissioni la realizzazione del sé passa attraverso l'immagine ed emerge come un rigurgito inacidito. Senza mettere in discussione l'enorme bravura di Gok Wan o i suoi intenti positivi, penso che entrambe le trasmissioni -espressione di due continenti che si rispecchiano- siano infestate dal medesimo fantasma, sebbene i modi in cui cercano di esorcizzarlo appaiano opposti.
Io però sono ateo e non credo nei fantasmi, tutt'al più nella psicosi o nell'isteria.






venerdì 29 luglio 2011

Tree Of Life, Malick si è con(per)vertito.


Ci sono due vie per arrivare alla salvezza: la via della natura e la via della grazia; la grazia è l'accettazione dignitosa della propria condizione umana. Priva di superbia. Priva di spirito di rivolta.

Più o meno con queste parole comincia l'ultimo film di Terrence Malick, decretandone l'impianto filosofico.

Il film prosegue con inquadrature suggestive, posticce e una storia familiare sufficientemente piatta: un figlio che muore in maniera non esplicitata(forse per creare un impianto melodrammatico su cui instaurare lo scarno plot); un padre autoritario, egoista e fallito; una madre bella e sfortunata, dolce e sottomessa, dotata di pazienza e sopportazione fastidiosamente infinite; figli ribelli ma non troppo.
Il tutto innestato su immagini fintamente documentarie e di difficile comprensione logica (come spiegare i dinosauri -simbolo della furia della natura per antonomasia- che qui si accarezzano più che mangiarsi). Forse, tuttavia, il fintamente “documentario” esplicita la via scelta da Malick per arrivare alla salvezza: la via della “natura”. Alla madre di Malick, figura maschilisticamente idolatrata dal regista, rimane, invece, la via della grazia. Ossia della sottomissione.
Freud avrebbe detto la via della “razionalizzazione”, intendendo con questo termine quei processi attraverso cui si arriva a giustificare ideologicamente questioni -in questo caso l'incapacità della donna prendere posizione- che trovano origine nell'inconscio e non si spiegano in modo “banalmente” razionale.  Considerato che la vita è effimera, che viviamo in vista del paradiso e che gli ultimi saranno i primi, la grazia diventa stranamente un modo per mantenere i sottomessi in una situazione di sottomissione.  A questa visione del mondo io non ci sto. A questa “via della grazia” ognuno dovrebbe ribellarsi, se no ogni ingiustizia può essere giustificata sotto l'egida del disegno di dio. E non posso starci neppure riguardo alle scelte estetiche con cui l'idea del regista viene veicolata.

Il fallimento arriva ogni volta che il regista cerca di collegare il particolare (le dinamiche familiari) con l'universale (la fede, la vita, la natura), ma il fallimento non è tanto ideologico -o per lo meno non solo- è piuttosto formale. Estetico. È una porta di cui Malick sembra aver smarrito la chiave.

Unica nota veramente degna sono i costumi della sempre geniale Jacqueline West.

In genere Amo Malick e le sue questioni, quest'ultima volta è stato molto deludente con i suoi tentativi di trovare risposte.

Giuppy d'Aura

sabato 19 febbraio 2011

arieccomi

è un po' che per un motivo o per l'altro non mi dedico al mio blog. per quanto legga costantemente i blog che sono solito visitare e che adoro. sono stato a Los Angeles per circa un mese e lì ho avuto modo di notare come lo streetstyle sia molto più vicino a ciò che piace a me rispetto a questa italia che-perdonatemi- mi piace sempre meno.

per diverse ragioni ho potuto fare poco shopping ma mi sono concesso dieci minuti da Urban Outfit e ho comprato questa splendida e assai economica camicia *_* adoro!

martedì 25 gennaio 2011